Ancora dubbi sul vaccino contro il papilloma virus, tra effetti collaterali taciuti e conflitti d’interesse

“Ci sono solo due forze che uniscono gli uomini: la paura e l’interesse”, sosteneva Napoleone Bonaparte.

Ma cosa può succedere quando una ristretta cerchia di persone scopre che, per il proprio interesse, può rivelarsi utile accrescere e sfruttare la paura suscitata in molte altre?

Gli esempi, storicamente parlando, si sprecano. E purtroppo, in quasi tutti i casi, la paura è stata instillata nelle persone proprio da un organo o una figura incaricati della loro sicurezza.

E’ questo il caso del vaccino HPV, il vaccino contro il papilloma virus, la cui sperimentazione ha avuto inizio nel 2008.

In quell’anno, circa 280.000 ragazzine italiane di undici e dodici anni sono state vaccinate con il Gardasil, allo scopo di prevenire il cancro al collo dell’utero.

La campagna mediatica è stata forte ed intensa, ma gli effetti collaterali del vaccino non sono mai stati pubblicizzati in maniera chiara e precisa, così come non è stato ben delineato il legame che unisce il papilloma virus allo sviluppo del cancro.

Tanto che nello stesso anno è stata fatta una petizione per una moratoria di almeno tre anni nei confronti delle vaccinazioni, sottoscritta da circa 4.000 ricercatori spagnoli.

Il primo firmatario è stato Carlos Alvarez-Dardet, direttore del Journal of Epidemiology and Community Health.

Ma com’è potuto succedere che un vaccino già in fase di sperimentazione umana suscitasse tante polemiche nell’ambito della scienza della salute?

La domanda è retorica, non si tratta di un enigma. Quanto, piuttosto, di una prassi sempre più comune: il profitto delle case farmaceutiche è più importante della salute e della sicurezza delle persone.

Per comprendere ciò, è necessario scendere in dettagli più tecnici della “fiducia incondizionata ai ricercatori” (che pur ne meritano molta più di quella concessa per tacita convenzione alle multinazionali). In particolare, capire in primis in che modo il papilloma virus è visto come responsabile del cancro, ed in secondo luogo gli effetti del vaccino in questione.

Innanzitutto, crolla subito il mito (mai sponsorizzato dai media, ma nemmeno negato) che vede il virus come “annunciatore inequivocabile del cancro”, errore nel quale potrebbero cadere soprattutto i meno informati.

Il papilloma virus è infatti presente in circa l’80% degli uomini e delle donne, spesso fin dalla nascita. Lo si può trovare abitualmente nelle mucose del pene, della vagina e della cervice, e di per sé è innocuo tanto quanto tutti gli altri virus e batteri presenti.

La sua trasmissione può avvenire anche al di fuori di quella sessuale (benché questa rimanga quella più probabile), e nella maggior parte dei casi non comporta la malattia, ma semplicemente un’infezione transitoria che, spesso, scompare senza necessità di intervenire.

Il virus HPV non è indicativo quindi di una malattia, e il maggior pericolo correlato ad una sua esposizione, nell’immediato, è lo sviluppo di lesioni comunque trattabili. Uno scenario che interessa comunque solo l’1% dei casi.

Come si è arrivati quindi a collegare un germe così comune allo sviluppo di diversi tipi di cancro?

Semplicemente perché le lesioni, se non curate, possono comportare l’insorgenza del tumore nelle zone interessate. E perché ciò avvenga è necessario un lasso di tempo piuttosto lungo, circa dai 20 ai 40 anni: un fatto chiaramente eccezionale, che rappresenta anche in questo caso l’1% dei casi di lesione da papilloma virus, e lo rende non una malattia, quanto piuttosto un fattore di rischio.

Riassumendo, questo virus è naturalmente presente nell’80% della popolazione, ed ha l’1% di possibilità di sviluppare delle “macchie” (lesioni) nella zona interessata.

Queste lesioni possono portare al cancro, qualora non venissero curate entro una scadenza ultraventennale.

Se a questi dati si aggiunge il fatto che la maggior parte dei casi di tumore dovuti al papilloma virus insorgono in Africa ed Asia, dove le condizioni igieniche, il trattamento delle malattie e la loro conoscenza sono molto trascurati, si ha finalmente un chiaro quadro di quanto l’HPV possa essere realmente determinante per l’insorgenza del cancro.

Ma non è finita qui. Perché se da una parte è stato fatto un grosso allarmismo largamente ingiustificato, dall’altra sono state messe sotto accusa le modalità con le quali si è proceduto alla vaccinazione, e la durata effettiva di quest’ultima.

Il vaccino, andando ancora per ordine, contiene il virus HPV geneticamente modificato, ed anche per questo ci sono state numerose proteste: a che scopo causare un danno nell’immediato a delle ragazzine di 11 e 12 anni per la prevenzione di una malattia che ha una remotissima possibilità (si stima che circa il 75% della popolazione sia entrata in contatto diretto con il virus almeno una volta nella vita) di svilupparsi entro una trentina d’anni, con un vaccino sperimentale che ha una copertura non garantita di soli 5 anni?

Il ministro Livia Turco, nel 2008, scrisse nel Notiziario Ministeriale:

“L’offerta pubblica gratuita della vaccinazione è rivolta alle bambine tra gli 11 e i 12 anni perché in questa fascia è massimo il profilo beneficio-rischio”. Peccato che la voce “rischio” non si sia mai soffermata a spiegarla.

Prosegue poi ammettendo: “è un’offerta a uso controllato, per sorvegliare attivamente gli effetti sulla popolazione esposta al vaccino”. Praticamente, un modo più gentile di definire le cavie umane.

Spezzando una lancia in suo favore si può affermare che è stato reso noto il fatto che il vaccino fosse solamente in fase sperimentale, ma allora a che scopo martellare le madri con una propaganda che proponeva un ricatto morale implicito, leggibile tra le righe in un “se a tua figlia tra vent’anni verrà un cancro, sarà colpa tua”?

Un altro interrogativo puramente retorico, che rafforza i dubbi quando si vanno a guardare i dati che hanno visto stanziati fondi per più di 100 milioni di euro sui finanziamenti per questo vaccino solo in Italia.

Numeri che pongono la questione sanitaria in secondo piano, mettendo invece l’accento sul business farmaceutico venuto a crearsi da questa situazione.

Tanto più che se si vanno a controllare le ricerche fatte in merito, tranquillamente consultabili con un po’ di buona volontà, praticamente tutti gli studi favorevoli al vaccino per il papilloma virus sono stati sponsorizzati dalle stesse case farmaceutiche incaricate di produrlo, mentre gli studi clinici dei ricercatori indipendenti sono ancora incerti sul suo utilizzo. Se non apertamente contrari, perlomeno a queste condizioni.

La vaccinazione è addirittura altamente sconsigliata da Neal A. Halsey, direttore dell’istituto per la sicurezza dei vaccini alla Johns Hopkins Bloomerg School of Public Health, un’università di ricerca privata di Baltimora, nel Maryland. Secondo Halsey, infatti, la campagna vaccinale in Australia operata con l’utilizzo del Gardasil e del Cervarix avrebbe causato gravi casi da anafilassi, oltre che grossi conflitti d’interesse.

Oltretutto c’è da evidenziare la presenza di borato di sodio nel vaccino, una sostanza chimica contenuta anche nel veleno per topi.

C’è da chiedersi come mai una tossina utilizzata per la derattizzazione, e messa fuori legge sia come additivo alimentare sia come prodotto utilizzato nei preparati medici in quanto gravemente dannosa per la salute, venga elencata negli ingredienti di un vaccino.

Ma difficilmente chi può fornire direttamente la vera risposta a quest’interrogativo si appresterà a farlo. Nonostante ciò, il fatto che il borace abbia buone proprietà antifungine può far desumere che il suo scopo sia quello di agire come conservante.

Rimane comunque interessante notare come, tra alcune ragazze trattate con il vaccino anti HPV, siano stati segnalati sintomi tipici dell’avvelenamento da borato di sodio.

Avvelenamento per il trattamento del quale, sottolinea la US National Library of Medicine, sono compresi lavanda gastrica, dialisi e liquidi per via orale o IV.

Sempre secondo la US National Library of Medicine il borato di sodio veniva utilizzato per la disinfezione delle ferite, e coloro che hanno ricevuto tale trattamento più e più volte si sono ammalati, e alcuni sono morti”

Mentre ci si ferma a riflettere su tutti questi tasselli mancanti di un mosaico che ci è sempre stato esposto solamente a metà, e  quasi sempre da fonti con grossi interessi economici nella faccenda,  l’ANSA ha riportato ieri uno studio dell’Osservatorio nazionale sulla salute della donna condotto su 1500 madri con figlie in età compresa tra gli 11 ed i 18 anni; è emerso che il 56% di loro non ha mai ricevuto informazioni specifiche e dettagliate riguardo all’azione del virus, all’efficacia del vaccino ed ai suoi effetti collaterali.

Un tasso di disinformazione altissimo, praticamente improponibile, che insieme alle campagne promosse dalle multinazionali farmaceutiche a favore della vaccinazione rischia di portare più danni che benefici.

Almeno alla salute delle bambine.

Riguardo agli effetti prodotti per il portafoglio di quelle stesse multinazionali, invece, si può dormire sonni tranquilli.

(Andrea Rossetti)

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