Un rene in regalo

resource.image_11Una donna di Milano di sessant’anni ha donato un rene in vita, generando una vera e propria catena di donazioni che hanno salvato la vita a ben quattro persone.

Il rene donato dalla donna ha salvato un paziente ricoverato presso l’ospedale di Pisa. Contemporaneamente, tre parenti del paziente ricevente la donazione, disposti a donare anche loro, ma incompatibili con il proprio congiunto, hanno avviato una “catena” di aiuto, donando a loro volta un rene a tre pazienti italiani risultati compatibili.

Le operazioni chirurgiche complessive di donazioni e trapianti, durate in tutto trentatré ore, hanno coinvolto cinquantacinque persone, tra medici, infermieri, rianimatori e poliziotti che si sono occupati del trasporto degli organi.

Il ministro della salute, Beatrice Lorenzin, ha evidenziato l’importanza della donazione da vivente cross-over, grazie alla quale si è resa possibile la realizzazione di questa catena di donazioni e trapianti.L’evento si è verificato in Italia per la seconda volta. Prima della donna, anche un altro cittadino milanese ha effettuato una donazione in vita.

 

 

Le presenze Longobarde nelle regioni d’Italia

Le presenze longobarde nelle regioni d'ItaliaSabato 19 e Domenica 20 Ottobre, presso  il Museo dei Brettii e degli Enotri – “Complesso Monumentale Sant’Agostino”, a Cosenza, si terrà il IV Convegno nazionale Le presenze Longobarde nelle regioni d’Italia – alla luce delle ultime ricerche e scoperte.

Il convegno è stato organizzato dal Gruppo archeologico del Crati, con a capo Domenico Rei (Direttore regionale per la Calabria e delegato nazionale per la Tutela dei Beni Culturali e l’Ambiente dei Gruppi archeologici d’Italia).

La finalità di questo convegno è quella di mettere in evidenza le ricerche effettuate in ambito degli insediamenti Longobardi e di recuperare frammenti di vita attraverso le testimonianze architettoniche, documentali, iconografiche, religiose, toponomastiche, epigrafiche, monetali, legate alla storia dei singoli luoghi e dei nomi, alle tradizioni sopravvissute fino ad oggi.

DEPLIANT

L’evento è patrocinato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, Regione Calabria, Provincia di Cosenza, Comune di Cosenza, Comune di Brescia, Comune di Cividale del Friuli, Comune di Cassano allo Ionio, Comune di Laino Castello, Comune di Castrovillari, Comune di Malvito, Deputazione di Storia Patria per la Calabria, Gruppi Archeologici d’Italia, Circolo della Stampa, Domushouse Re Museum.

Al convegno parteciperanno inoltre moltissime altre autorità provenienti da ogni parte d’Italia.

Il convegno prenderà il via sabato 19 alle ore 9.00, ad aprire sarà Domenico Rei, Direttore “Gruppo archeologico del Crati”, alla presenza di tutti i sindaci della provincia di Cosenza e altre autorità.

La seconda sessione sarà presieduta dal giornalista Silvio Rubens Vivone, alla presenza di molti archeologi e scrittori.

Domenica 20 dalle ore 9.00, invece, aprirà il convegno Francesco Frangella, giornalista del “Gruppo archeologico Citra-Paola”, alla presenza di molte autorità della Soprintendenza Beni Archeologici dell’Emilia Romagna e del Friuli Venezia Giulia.

Un evento a cui la popolazione e simpatizzanti sono invitati a partecipare.

Calogero Vignera

Quali sono i lavori più richiesti in Italia?

In seguito ad un’indagine fatta dalla Talent Shortage Survey 2012, nella quale si chiedeva quali fossero le figure più ricercate in Italia, è stata pubblicata una lista di tutte le figure lavorative che necessitano nel nostro territorio.

Qui di seguito tutte le figure professionali ricercate: 

1) Manodopera specializzata

2) Segretari

3) Assistenti Personali

4) Assistenti Amministrativi

5) Personale d’Ufficio

6) Tecnici

7) Autisti

8) Operatori di produzione

9) Personale per risoranti e alberghi

10) Personale in area Contabilità e Finanza

11) Commerciali

12) Manovali

13) Meccanici

Ancora una volta, la manodopera specializzata è stata la più ricercata, e la più difficile da reclutare nei posti di lavoro.

Altre figure che sono molto ricercate sono: Macellai, panettieri, pastai e gelatai.

Allora largo alle candidature per chi ha i requisiti ricercati.

Calogero Vignera

L’ictus colpisce di più le donne

E’ stata fatta una ricerca scientifica sul caso, e il risultato è che l’ictus colpisce più le donne che gli uomini.

L’ictus nelle donne si rivela nella maggior parte dei casi molto più letale per loro, perchè arrivano molto più tardi in ospedale, dal momento che tale patologia non dà loro nessun sintomo specifico.

Questo è l’allarme lanciato dagli esperti del settore, su ictus e cardiopatie varie, che è stato annunciato alla conferenza “Women stroke association” di Milano.

Che cos’è l’ictus? L’ictus è un danno cerebrale spesso mortale, dovuto a una riduzione del flusso sanguigno o a un’emorragia dei vasi cerebrali.

Quali sono i fattori di rischio? I fattori di rischio sono 5, e sono: ipertensione, età, diabete, fumo e obesità.

Esistono due tipi di ictus, uno di tipo ishemico, causato da emboli o trombi, e uno di tipo emorragico, causato da rottura di arterie.

Quali sono i sintomi? I sintomi possono essere: debolezza dei muscoli facciali, incapacità di parlare, difficoltà di respirazione e deglutizione, paralisi o indebolimento generalmente di un solo lato del corpo.

In tutto il mondo ogni anno per questa malattia muoiono 5,5 milioni di persone, di cui 3 milioni di donne e 2,5 milioni di uomini.

Calogero Vignera

Ritorna una mela per la vita

Ritorna nelle piazze italiane Una Mela per la Vita, la manifestazione di solidarietà promossa dall’ Aism (Associazione Italiane  Sclerosi

Multipla) che sarà nelle piazze d’Italia l’8 e il 9 ottobre.

L’evento che quest’anno giunge alla sua XVII edizione, si svolge sotto l’alto patronato del Presidente della Repubblica e con la fondazione Aism e L’Unarproa.

Testimonial di questa edizione 2011 è il cantautore Roberto Vecchioni accanto agli oltre 10 mila volontari incaricati di distribuire i circa 4 milioni di mele in tutte le piazze.

La manifestazione ha l’obiettivo di sostenere la ricerca e i servizi dedicati ai giovani che, come si sa, sono i più colpiti da questa brutta malattia.

Per visionare l’elenco di tutte le piazze in cui ci sarà una postazione, si può visionare i siti internet www.aism.it e www.unaproa.com.

Calogero Vignera

Una risata ci salverà la vita

Secondo molti studi, ridere per 15 minuti al giorno ha lo stesso effetto benefico dell’attività fisica.

 La ricerca è stata condotta dall’università del Maryland, ed è stata presentata al congresso europeo di cardiologia di Parigi.

 Affinché gli effetti benefici siano visibili, bisogna ridere di buon cuore, non un semplice sorriso o un ghigno, ma una risata piena di sano divertimento, un momento unico, per 15 minuti al giorno.

 Il professore Roberto Ferrari, presidente della European Society of Cardiology, ha dichiarato che basta un buon film comico per avere un effetto immediato e positivo.

 La risata provoca la dilatazione dei vasi sanguigni, con effetti benefici volti a prevenire la arterioslerosi, l’ infarto e l’ictus.

Quindi armiamoci di buon umore giornaliero per avere una vita più sana e lunga.

Calogero Vignera

Esiste il gene della felicità, lo dice la scienza

E’ stato individuato il primo gene della felicità, cioè il primo a risultare formalmente legato al grado di soddisfazione e felicità di un individuo: il gene produce una molecola legata al funzionamento del neurotrasmettitore del buon umore, la serotonina. Si tratta del gene ‘5-HTTLPR’ che funge da trasportatore della serotonina, spiega Jan-Emmanuel De Neve della London School of Economics, coautore dello studio riportato dal magazine New Scientist e pubblicato sul Journal of Human Genetics.
Questa notizia può essere definita inconsueta tanto quanto opinabile. Il DNA è sempre stato definito come la mappa precisa del nostro corpo: se sapessimo leggere il DNA riusciremmo a prevedere il destino puntuale di un neonato, ovvero le patologie di cui è o sarà affetto, la durata della sua vita e molto altro.
Che all’interno del Dna ci fosse scritto anche in che percentuale quell’individuo sarà felice nella sua vita non si era mai sentito. Impensabile. Eppure le ricerche scientifiche paiono dire il contrario.
Un gene preciso e individuato, quindi, regolerebbe il grado di soddisfazione: che vuol dire? Che nonostante tutti gli sforzi, se un uomo ne è carente non sarà mai felice? E che altri, in possesso di quel gene, saranno comunque felici?
Gli economisti comportamentali hanno chiesto ad un campione di 2.500 persone il loro livello di soddisfazione, poi hanno analizzato il loro DNA. Quelli con due copie di una certa variante del gene 5-HTT erano abbastanza felici – il 69% si dichiara soddisfatto o molto soddisfatto della vita. Ma le persone senza le copie erano significativamente più penalizzate – solo il 38% è soddisfatto o molto. Si è dunque arrivati alla conclusione che il gene 5-HTT regola il trasporto della serotonina, il trasmettitore che molti antidepressivi aiutano a regolare. L’autore dello studio Jan-Emmanuel De Neve ha detto; “E’ stato a lungo sospettato che questo gene svolgesse un ruolo nella salute mentale, ma questo è il primo studio a dimostrare che è fondamentale nel plasmare il livello di felicità individuale”.

Cos’è allora la felicità?

Secondo Michael Argyle, lo studioso più preciso di questa emozione, la felicità è rappresentata da un senso generale di appagamento complessivo che può essere scomposto in termini di appagamento in aree specifiche quali ad esempio il matrimonio, il lavoro, il tempo libero, i rapporti sociali, l’auto realizzazione e la salute.

La felicità è un sentimento agognato dall’uomo: nei secoli e nei millenni la felicità è stata definita da molti, teorizzata da tutti. Le citazioni sarebbero infinite, ma ne riporto alcune per evidenziare quanto diverso sia sempre  stato il concetto della parola “felicità”.
Secondo Aristotele la felicità è “Esercitare liberamente il proprio ingegno, ecco la vera felicità”; secondo Dostoevskij,  “la più grande felicità è conoscere le cause dell’infelicità”; secondo Yourcenar “ogni felicità è un capolavoro.” E’ il punto è proprio questo, la felicità è soggettiva, è oggettiva la sua ricerca ma non la meta. La felicità non è una situazione permanente, è un attimo, diverso e distinto, non condivisibile con tutti e indimenticabile. La felicità è il sapore dolce di un momento piacevole, confrontato con quello amaro di altri momenti. Solo così l’uomo riesce a distinguere la felicità dalla non felicità. Lo studio scientifico qui riportato non suggerisce che la felicità sia uno stato d’animo di base geneticamente determinato. La scoperta potrebbe aiutare i medici psichiatrici ad aiutare in maniera più specifica ogni singolo paziente, avendo una mappa genetica di ogni malato, il medico è in grado di intervenire su ogni profilo. Rischi di depressione e di  salute mentali sarebbero accertabili, ma non prevenibili! Lo stesso De Neve ha ricordato che il nostro cervello si forma soprattutto parallelamente alle informazioni immagazzinate con le esperienze personali. Esistono persone più allegre e altre meno, alcune più ottimiste, altre più pessimiste. Ma un uomo non nasce e muore felice. Le esperienze di vita sono sempre le protagoniste nel processo di formazione e modifica dei nostri geni. Almeno in parte.

Marina Lecce

Neuroni in sciopero: cosa succede al cervello se non si dorme a sufficienza?

Il sonno è sempre stato visto, attraverso i secoli, come uno stato di profonda quiete contrapposto alla veglia.

Una sorta di ibernazione dei sensi, utile al corpo ed alla mente per ritrovare freschezza e lucidità.

Il “dizionario-italiano.it” lo identifica come un “fenomeno periodico di riposo delle funzioni psico-fisiche, caratterizzato dalla sospensione della coscienza e della volontà”, il Sabatini-Coletti offerto da “Corriere.it” lo definisce invece uno “stato periodico di riposo dell’organismo, caratterizzato dalla sospensione dell’attività motoria e di quella psichica superiore (coscienza e volontà) e dall’interruzione conseguente del rapporto del soggetto con l’ambiente”, mentre il celebre Devoto-Oli, pubblicato da Le Monnier, lo descrive così: “Fenomeno periodico di sospensione più o meno completa della coscienza e della volontà, indispensabile per il ripristino dell’efficienza fisica o psichica”.

In realtà, definire il sonno solo come un processo di semplice “ricarica passiva” per l’organismo è riduttivo, dal momento che si tratta di un processo fisiologico altamente attivo.

Basti pensare che alcune cellule cerebrali, durante il sonno, possono raggiungere un livello di attività superiore di dieci volte rispetto al loro lavoro durante lo stato di veglia.

Vi sono diverse teorie che ancora cercano di dare una spiegazione definitiva ai misteri del sonno, per svelarne tutti i meccanismi e le funzioni, ma una cosa è certa: l’organismo ne ha bisogno, e la privazione del sonno nel lungo periodo porta inevitabilmente a profonde alterazioni fisiche e psicologiche, proporzionali alla durata del periodo di veglia forzata.

Dormire, quindi, è un’attività indispensabile. Ma cosa succede al nostro cervello quando non è adeguatamente riposato?

A spiegarlo è stato un team di ricercatori dell’università di Madison, nel Wisconsin, capeggiato dall’italiano Giulio Tononi.

La ricerca, focalizzata sulle conseguenze più comuni dello scarso riposo (come la stanchezza, la sensazione di spossatezza, la difficoltà a coordinare pensieri e movimenti) ed effettuata sui ratti, ha evidenziato dei meccanismi ancora sconosciuti del cervello animale: se prima si pensava che la mancanza di sonno potesse influire sull’intero cervello, o su determinate aree, il team di ricerca ha invece scoperto che non sono intere porzioni di cervello a soffrire gli effetti dello scarso riposo, ma singoli neuroni.

In sostanza, per ovviare ad un tempo di riposo troppo breve, alcuni singoli neuroni del cervello possono “entrare in scopero”, spegnendosi per pochi istanti, ma lasciando comunque l’individuo in uno stato di veglia cosciente.

Come se in un una fabbrica alcuni lavoratori appendessero di colpo gli attrezzi al chiodo, senza determinare lo stop della produzione, ma determinando comunque un calo dell’efficienza globale.

In questo modo le capacità cognitive vengono momentaneamente compromesse, causando così la temporanea diminuzione dell’intelligenza, delle capacità mnemoniche, e l’alterazione delle percezioni.

Della ricerca, pubblicata sulla prestigiosa rivista Nature, parla anche la co-autrice Chiara Cirelli nel corso di una breve intervista all’ANSA: “Questa è la prima prova che singoli neuroni nel ratto possono andare “a dormire” mentre l’intero cervello dell’animale è sveglio”, specificando che quando si è in carenza di sonno “quasi da subito si fa più fatica a svolgere un compito motorio, si sbaglia di più. Sappiamo che quando abbiamo sonno o non riusciamo a riposare abbastanza facciamo errori, facciamo fatica a concentrarci e il nostro livello di attenzione e vigilanza cala”.

Purtroppo riuscire a riposare bene al giorno d’oggi, tra televisioni e computers in camera da letto, e i-pods e cellulari sul comodino o sotto il cuscino, sta diventando sempre più difficile.
Ed i ritmi serrati della società occidentale, tra le prime fonti di ansia e stress, spesso contribuiscono ad un riposo breve e disturbato. Tant’è che in molti casi, per curare disturbi tipici del troppo stress, è sufficiente ripristinare dei ritmi di vita più naturali e l’organismo torna a regolarsi autonomamente in modo efficace.

Perché anche trascurare il proprio benessere in funzione del lavoro può rivelarsi un’arma a doppio taglio, diminuendo notevolmente la propria efficienza nello svolgimento del lavoro stesso oltre a rischiare di compromettere la salute.

Certo, quando si tratta di episodi occasionali e non prolungati nel tempo non è un problema.
Ma soprattutto quando si svolgono attività come la guida, o il mangiare una buona minestra, c’è sempre da stare attenti agli spiacevoli colpi di sonno.

(Andrea Rossetti)

La meditazione contro il dolore: più efficace del 15% rispetto ai farmaci tradizionali

Il termine meditazione (dal latino meditatio, ovvero riflessione) indica una pratica di concentrazione, nella quale si chiama la mente a riflettere appunto su immagini o pensieri particolari; o, in alcuni casi, a focalizzarsi sul vuoto per liberarla dai pensieri e cercare la cosiddetta “pace interiore”.

La meditazione è una pratica presente in molte discipline orientali, ma non solo: una larga parte di meditazione è infatti prevista da tutte le principali tradizioni religiose, comprese quelle occidentali come il cristianesimo (il ritiro in preghiera).

Ma se finora era stato universalmente riconosciuto come risultato della meditazione il solo miglioramento della situazione psicofisica (come in caso di disturbi derivanti da ansia e stress), uno studio del Wake Forest Baptist Medical Center Meditation pubblicato sul Journal of Neuroscience ha riportato risultati innovativi, che comunque non saranno certo sorprendenti per chi è abituato a ricorrere a questo tipo di pratica.

E’ emerso infatti che tramite la meditazione, può essere acquisita la capacità di assopire la corteccia somatosensoriale (un’area del cervello deputata alla “creazione” del dolore), attivando al contempo il cingolo anteriore, l’insula anteriore e la corteccia fronto-orbitale.

In questo modo, la meditazione ha il potere di ridurre il dolore di circa il 40% (contro il 25% degli analgesici), in modo del tutto naturale e senza nessun tipo di controindicazioni.

Anzi, gli effetti collaterali della meditazione hanno influssi positivi sull’accumulo di stress ed ansia; fattori che possono agire in sinergia l’uno con l’altro, arrivando ad un miglioramento globale della situazione psicofisica che nemmeno i farmaci sono in grado di garantire.

Fadel Zeidan, autore dello studio, parla con entusiasmo di come il suo team abbia svolto la ricerca su 15 candidati volontari, tutti senza esperienza nel campo dello zen e delle pratiche di meditazione.

“L’effetto che abbiamo riscontrato è sorprendente. Basti pensare che la morfina o altri antidolorifici riducono in media il dolore del 25%”

I volontari sono stati sottoposti ad una prova del dolore mediante una sonda della temperatura di 50° posta sotto una gamba per 5 minuti.

In seguito, sono stati invitati a seguire un corso intensivo di mindfullness, una forma di meditazione specifica, per il totale di 4 lezioni ognuna della durata di 20 minuti.

I risultati dei test effettuati prima e dopo lo svolgimento delle lezioni (con la stessa sonda portata a 50 gradi per 5 minuti sotto la gamba destra), grazie ad una risonanza magnetica particolare in grado di rilevare l’intensità del dolore (Artial spin labelling), hanno evidenziato una riduzione del dolore del 40%, con dei picchi del 93% in alcuni dei volontari.

Un risultato eccezionale che dimostra usando le parole di Zeidan, quanto “la meditazione produce effetti realmente positivi sul cervello. E che quindi potrebbe garantire il controllo del dolore senza l’utilizzo di farmaci”

Un altro risultato che dimostra quanto la modificazione dello stato mentale possa avere grandissime ripercussioni, sia in positivo che in negativo, a livello fisiologico.
E chissà che, in un futuro non troppo lontano, la dipendenza dai farmaci non possa essere sconfitta proprio così: semplicemente riflettendoci su.

(Andrea Rossetti)

Salute: la panniculopatia edemato-fibro-sclerotica.

Arriva la bella stagione e, quasi per tutte le donne, la voglia di mettersi in gonnella. Non tutte però vivono bene l’estate: una larga fetta della popolazione femminile è affetta da una sindrome: la panniculopatia edemato-fibro-sclerotica.

La P.E.F.S., meglio nota col nome di “cellulite”, colpisce moltissime donne, ma non tutte ci convivono con imbarazzo.

Infatti è bene chiarire un concetto: la cellulite non è un difetto estetico, o almeno non solo, ma è una vera e propria patologia che necessita, nei casi più gravi, di cure per liberare le cellule “asfissiate dall’infiammazione”.

Ma come succede?

La cellulite è un’alterazione del derma e dell’ipoderma: in condizioni ottimali, le cellule adipose (adipociti), normalmente presenti nel tessuto sottocutaneo, funzionano da riserva di energia per l’organismo, e vengono bruciate secondo necessità. Se, per vari motivi, c’è un rallentamento, o addirittura stasi, del circolo venoso, questa “riserva” di grassi diventa irraggiungibile dal sangue e quindi inutilizzabile. Le cellule adipose, ciclicamente prodotte dall’organismo, si accumulano senza essere utilizzate e vanno a comprimere i capillari sanguigni, già fragili, che si spaccano e diventano visibili anche dall’esterno.

Ma non finisce qui: i capillari schiacciati immettono all’esterno del plasma che passa dalle loro pareti porose compresse. Questo plasma, che normalmente deve essere contenuto e non lasciato circolare, si infiltra fra le cellule e con il tempo provoca un’ infiammazione del tessuto adiposo con formazione di fibrosi dei tessuti sottocutanei. Il risultato visto dall’esterno è la venatura rossastra dei capillari rotti e l’effetto materasso della pelle.

Molte donne stanno già pensando a quanto difficile e deprimente sarà l’iter per smaltire la “ciccia”. Questo pensiero negativo innesca in queste donne l’atteggiamento di vergogna verso il proprio corpo.

Se invece si pensa che quelle parti del nostro corpo stanno soffrendo e si trovano in una situazione di “cancrena senza ossigenazione”, l’atteggiamento verso il nostro corpo sarà di protezione e di voglia di curarlo.

Il banale inestetismo non è una colpa, ovvero non è tutta colpa della nostra volontà: la cellulite non spunta fuori dopo aver mangiato due gelati!

Molti fattori concorrono alla sua formazione: fattori primari ( il sesso, la razza o la familiarità), fattori secondari ( quelli collegati ad alcune fasi della vita, al ciclo mestruale, a patologie particolari o all’assunzione di farmaci), fattori detti aggravanti, come la cattiva alimentazione o la sedentarietà. Attenzione: i fattori aggravanti concorrono alla formazione della cellulite, ma non sono gli unici. Volete un esempio? Se una bambina di 11 anni conduce una vita sedentaria e mangia male ma non ha casi di cellulite evidenti o gravi nella sua famiglia, state pur certi che quella bambina non sarà affetta da cellulite al contrario di una bambina che conduce lo stesso stile di vita ma ha casi di cellulite in famiglia.

Sicuramente i livelli di P.E.F.S. possono essere facilmente controllati se adottassimo stili di vita più movimentati e sani, ma il problema non sarebbe cancellato.

Si nota bene che, così parlando, la cellulite è trattata come una patologia, qual è, e non come un futile inestetismo da nascondere sotto i pareo in spiaggia. Anzi, chi soffre di cellulite dovrebbe stare in acqua o seduta sul bagnasciuga a lasciarsi coccolare dalle onde.

Il massaggio delle onde è un valido aiuto contro la cellulite. Di metodi specifici ne esistono ormai moltissimi e la maggior parte sono efficaci. Si va dal fai-da-te delle creme, che devono essere applicate con un lungo massaggio circolare e dal basso verso l’alto, fino alle cure più specifiche fatte in uno studio medico. Stiamo parlando dell’endermologie ( metodo recente: è un “massaggio” computerizzato eseguito per mezzo di un manipolo dotato di rulli mobili che sollevano, spremono e comprimono la cute, permettendo un buon rimodellamento della silhouette), dell’elettro-stimolazione, della mesoterapia ( iniezione nelle zone interessate di farmaci ad azione lipolitica), la microterapia (più indolore della precedente, utilizza il SIT, piccolo dispositivo a ventosa, munito di un piccolissimo ago che non arriva a stimolare le terminazioni nervose e quindi non causa dolore), fino agli ultrasuoni ( onde sonore ad alta frequenza, non percepibili dall’orecchio umano, che producono calore e sciolgono i lipidi).

Insomma basta parlare di difetti e di “corpo brutto”: il nostro organismo è perfetto e si “imbruttisce” solo se affetto da malattie.

Marina Lecce