Euro 2016: Italia fatta fuori dalla Germania

2016-07-02T215637Z_110498197_MT1ACI14467668_RTRMADP_3_SOCCER-EURO-GER-ITA-k8YD-U108010685504802l-1024x576@LaStampa.itSfumato ai rigori il sogno azzurro dell’Italia che è stata battuta dalla Germania ai rigori per 6 a 7.

La partita si era conclusa per la parità di 1 a 1, poi ci sono stati altri 30 minuti di tempi supplementari e alla fine i rigori, dove ci sono stati 2 sbagli clamorosi dei giocatori Zaza e Pellè, mentre altri due rigori tirati da Bonucci e Darmian sono stati parati dal portiere.

“Mi dispiace per i ragazzi, hanno dato tutto quello che avevano contro una squadra fortissima. Peccato, potevamo andare avanti noi“, queste le prime parole del Ct della nazionale Antonio Conte subito dopo la partita.

L’Italia credeva in questo sogno europeo, ora si cerca un responsabile per questa sconfitta proprio a due passi dalla finale.

Europei 2016 è l’edizione più ricca della storia: i trend e le cifre del torneo

Non solo un evento sportivo che riunisce davanti alla tv amici, famiglie, colleghi di lavoro e tifosi occasionali, ma anche una manifestazione sportiva attorno alla quale ruotano miliardi di euro tra montepremi, investimenti, guadagni e costi.

L’edizione 2016 del Campionato Europeo di Calcio 2016, in particolare, è l’edizione più ricca della storia e, per festeggiarla degnamente, la banca digitale del Gruppo BNP Paribas Hello bank! ha indetto un concorso che regala un iPhone 5s ai fortunati tifosi che indovineranno la squadra vincitrice del torneo. Per partecipare, basta inviare la richiesta di apertura del conto inserendo il Codice Promo, sottoscrivere una carta di Credito Hello! Card o Hello DUO entro il 20 Giugno 2016. Si otterrà subito un buono da 100 euro da spendere su Amazon.it e la possibilità di vincere un iPhone 5s nel caso in cui si indovini la squadra che porterà a casa la coppa messa in palio. Tutte le informazioni sono disponibili a questo link.

 

Analizzando nel dettaglio l’ammontare del montepremi, i posti di lavoro creati, gli investimenti fatti, gli introiti previsti e i costi medi che un tifoso potrebbe sostenere per seguire l’Italia fino alla Finale, si potrebbe affermare quasi senza esitazione che il calcio europeo non risenta affatto della crisi finanziaria: al contrario, la sua crescita è costante nel tempo ed è destinata a continuare.

Tanto per cominciare, il montepremi è salito a 301 milioni di euro, una cifra superiore del 50% rispetto ai 196 milioni della precedente edizione; per quanto riguarda l’ammontare del premio riservato alla prima classificata, la squadra vincitrice degli Europei 2016 si aggiudicherà una somma del valore di 27 milioni di euro, +15% rispetto alla Spagna nel 2012.

Nel caso in cui un tifoso italiano volesse seguire gli Azzurri nella corsa verso la coppa, la spesa media per raggiungere Sain-Dénis – città che ospiterà il match conclusivo del torneo – sarebbe pari a 387 euro in aereo (prezzi rilevato il 13 Maggio 2016). Poco meno di 700 euro se invece scegliesse l’auto, costi di carburante e pedaggi autostradali compresi.

 

Rispetto alla passata edizione, la Uefa ha beneficiato di un aumento del 21% dei ricavi grazie alla novità rappresentata dalla vendita centralizzata dei diritti televisivi per le partite di qualificazione. E le buone notizie non mancano neppure per l’occupazione transalpina: Euro 2016, infatti, ha creato circa 114mila posti di lavoro, di cui 20mila durante le fasi di intervento sugli impianti e 94mila con l’organizzazione del torneo, per un totale di 1,266 miliardi di euro che gioveranno all’economia francese.

 

L’afflusso complessivo negli stadi dove si disputeranno i match è quantificato in 2,5 milioni di persone, le quali si stima investiranno più di 840 milioni di euro allo stadio e 352 milioni nelle fan-zone, le aree dotate di maxischermi per vedere le partite al di fuori dagli stadi.

Milan e l’addio di Inzaghi

milan-addio-inzaghiSe siete appassionati di calcio  non avrete senz’altro potuto fare a meno di notare che il Milan non va. Non ingrana e non accenna a migliorare.
Con una media che se non ricondotta sulla via giusta, rischia seriamente di portare dritto in B, quello che era il Club più Titolato al mondo, del quale ad oggi, c’è solo il ricordo lontano, Inzaghi è già sotto processo.

L’allenatore sembra non aver più né il controllo dello spogliatoio, né del gioco che pur zoppicante, sembrava essere partito bene durante le prime partite giocate con il grande ex in panchina.

Nonostante Filippo Inzaghi abbia cercato di portare una nuova linfa alla squadra rossonera, è chiaro che qualcosa non stia funzionando.
I tifosi, quei pochi ormai perché San Siro si sta sempre più svuotando, borbottano e la società nonostante confermi continuamente la fiducia nell’ex bomber, sembra stia incominciando a guardarsi intorno. Chiaramente la scelta sarebbe quella di aspettare fino a giugno, nonostante molti pensino che potrebbe essere troppo tardi.

I tifosi si dividono in due categorie. C’è chi sostiene il lavoro di Inzaghi sostenendo l’impossibilità di creare un gioco migliore con la rosa di parametri zero a disposizione.
C’è chi invece è convinto che pur avendo una rosa poco attraente, la scarsità delle prestazioni, non possa che essere imputata alla mancanza di esperienza di Filippo Inzaghi.

I nomi in pole position si sanno già e circolano da mesi. Spalletti sarebbe stato contattato già diverso tempo fa, anzi, era quasi scontato un arrivo in quel di Milanello già nella scorsa stagione.

Uno dei nomi che circolano con isteria mediatica, è il tanto discusso Antonio Conte, che pare avesse già un accordo con il club rossonero ma fosse stato bloccato dalla Juve. Secondo fonti giornalistiche autorevoli, Conte potrebbe lasciare la Nazionale per arrivare a Milano all’inizio di questa estate.

Non è chiaro se Conte voglia finire la sua avventura con la squadra azzurra, ma qualora optasse per portare ai mondiali l’Italia, il Milan avrebbe già pensato a Montella come opzione.

Il Milan non ha mai lasciato dichiarazioni che facessero pensare ad un esonero immediato, anzi, Inzaghi è sempre stato sostenuto dalla società, anche dopo l’esclusione dalla Coppa Italia, l’unico trofeo nel quale il Milan era ancora in gioco.

Si vociferava di possibile esonero dopo alcuni match cruciali che parevano dover segnare il destino di Filippo Inzaghi, ma nonostante quasi nessuna di queste gare sia stata portata a casa con una vittoria, l’allenatore non ha mai subito accuse o minacce di esonero.

Calcio e gambling, una partnership di successo

calcio-gambling-onlineAl giorno d’oggi le coppie destinate a durare nel tempo sono rare a vedersi, come le comete. Eppure ne esiste una che negli ultimi anni ha funzionato come meglio non ci si poteva aspettare, rinsaldando un rapporto già solido sin dagli inizi.

Stiamo parlando del binomio calcio-casinò, due mondi apparentemente distanti che invece si trovano a convivere in perfetta armonia. Il gaming online di recente ha letteralmente spopolato grazie alla varietà dei giochi offerti dagli operatori del settore e ai bonus e consigli per slot machine e scommesse. Cavalcando l’onda delle innovazioni tecnologiche, il settore ha fatto registrare numeri che in passato potevano sembrare soltanto un’utopia, grazie ad un incremento costante anno dopo anno. Tendenzialmente il calcio è sempre andato a braccetto con le scommesse sportive, un’occasione per gli appassionati di aggiungere un pizzico di adrenalina ai match della squadra del cuore.


Dalle scommesse sportive al casinò il passo è piuttosto breve: la passione per il gioco è la stessa, cambiano i protagonisti ma l’obbiettivo rimane lo stesso: vincere. Una testimonianza del sodalizio tra calcio e casinò si manifesta nel mondo delle sponsorizzazioni.

Sono in costante aumento infatti, le squadre di calcio che legano il proprio nome ad un’azienda operante nel settore del gambling. Ma non solo, perché in Italia l’intera lega di Serie B porta il marchio Eurobet una delle aziende leader nel settore.

Inoltre esistono tanti esempi di celebrità dello sport che si sono avvicinate all’industria dell’intrattenimento a pagamento, come ad esempio il fenomeno del pallone Luis Nazario da Lima, meglio noto come Ronaldo. Il talento brasiliano, che oramai ha appeso le scarpette al chiodo, si è lanciato brillantemente in una nuova avventura abbracciando il mondo delle due carte.

A ben guardare i club più prestigiosi della Serie A e B hanno sottoscritto o sono tutt’ora sponsorizzati da aziende di betting online, tra cui Atalanta, Chievo, Inter, Sassuolo e Verona. Addirittura giocatori in attività di fama mondiale e rispettati su tutti i campi come Francesco Totti sono diventati testimonial di siti di Poker.

Uno scenario nuovo si, ma non inusuale. Il filo che lega il calcio al mondo delle scommesse è ben visibile, e non c’è affatto da sorprendersi se allo stato attuale delle cose una buona parte delle sponsorizzazioni alle società calcistiche provengano dal gambling online.

L’industria del gioco d’azzardo legale, regolamentata dall’AAMS si configura come un mercato florido in un periodo in cui la crisi regna sovrana nella maggior parte delle attività. Un settore forte, in grado di garantire ricavi notevoli e che allo stesso tempo porta avanti un’immagine vincente. La strada è stata tracciata, quella di una relazione sana e prosperosa in grado di durare nel tempo. 

Juventus, la classe non è acqua. Italia del calcio: il talento non si misura in centimetri.

La Juventus, in uno dei periodi più critici della sua storia, non smette di offrire spunti in negativo sui quali discutere.

L’ultima mazzata ai tifosi juventini, in ordine di tempo, è arrivata oggi dalla voce dell’agente della FIFA Riccardo Calleri. E denuncia una volta di più, semmai ce ne fosse stato bisogno, l’inadeguatezza dei vertici societari rispetto alle aspettative richieste dal blasone della squadra.

Durante un’intervista rilasciata a SkySport 24, infatti, Calleri svela un retroscena amaro per i tifosi juventini, riguardante uno dei talenti più richiesti nell’attuale panorama calcistico mondiale: “Ganso in passato è stato proposto alla Juve. Quattro anni fa organizzai una tournée del Santos quando partecipò al torneo di Viareggio. In quella squadra c’era anche Ganso, non giocava molto, quel poco che fece fu eccezionale però. Tra le varie ipotesi fu proposto alla Juve di farlo aggregare alla Primavera che stava per partire per una tournée in Giappone. All’epoca non c’era neanche un prezzo. Alla fine non se ne fece nulla”.

Si tratta dell’ennesimo aneddoto negativo che coinvolge l’apparato societario bianconero, dal momento che se Ganso allora avrebbe potuto essere tesserato a titolo praticamente gratuito, oggi la situazione è molto differente: difficile che la stella del Santos possa muoversi per una cifra inferiore ai 25 milioni, e le due milanesi-Inter e Milan-si sono già mosse da tempo per cercare di portare il giovane brasiliano in Italia.

Una storia che ricorda quella di un altro predestinato scaricato dal calcio italiano, Lionel Messi.

La Pulga argentina rischiò infatti di finire al Como nel 2002, quando aveva solo 15 anni. Un’età in cui non è sempre semplice valutare il potenziale di un giocatore, ma il talento dell’attaccante di Rosario era già cristallino.

Eppure la sua immensa classe non bastò a fargli guadagnare l’interesse di Enrico Preziosi, allora presidente dei lombardi, che in tempi più recenti ricordo così l’accaduto: “Venne da noi per un provino: aveva 15 anni e lo scartammo”.

Ora Messi è considerato il giocatore più forte del mondo, ha già vinto due palloni d’oro consecutivi (2009 e 2010), nel suo palmarés personale figurano-tra gli altri premi-due trofei della Champions League e quattro campionati spagnoli vinti con la miglior squadra del mondo, ed in questa stagione è già andato a segno 49 volte in 47 presenze.

E non ha nemmeno 24 anni.

Probabilmente Ganso non sarà al livello dell’unico giocatore nella storia a poter essere definito persino “meglio di Maradona”, ma lasciarsi scappare talenti di questo calibro è sempre stata una pessima abitudine del calcio nostrano.

Una “sindrome da mediocrità acuta” che ammorba osservatori e direttori sportivi anche quando si tratta di talenti di casa: Giuseppe Rossi, pagato dal Villareal solo 11 milioni di euro, sembra oramai in procinto di trasferirsi al Barça (la stessa squadra di Leo Messi) per la cifra di 40 milioni di euro.

Lo stesso Giovinco, mattatore dell’Inter nell’ultima giornata di campionato, nonché uno dei migliori talenti messi in mostra dal vivaio nazionale negli ultimi anni, ha dovuto cedere il suo posto nella Juventus a gente come Toni, Iaquinta, Pepe…

Un insulto al calcio, ed un pessimo esempio dato proprio dalle società italiane che, per valutare il potenziale dei loro settori giovanili, guardano più ai centimetri che ai piedi.

Se il calcio del Bel Paese sta subendo un’inflessione così netta rispetto agli altri campionati, è proprio grazie a questa visione limitata e obsoleta del gioco, portata avanti da vecchie glorie (come Marcello Lippi) incapaci di rinnovarsi, e “nuovi vecchi” (vedi Delneri) ai quali viene data la possibilità di portare avanti una mentalità già dimostratasi arcaica ed infruttuosa.

A proposito di “vecchio e nuovo”, dalle parole di Marotta l’esonero di Delneri sembra tutt’altro che scontato: “Delneri, è l’allenatore della Juventus, lo è con un contratto biennale e siamo contenti di quello che ha fatto, del lavoro svolto. Per cui, così per l’allenatore, come del resto per tutti quelli che sono i programmi e anche per i giocatori, tutte le considerazioni vanno comunque fatte più avanti, consensualmente con lui”.

E va a finire che, tra poltroncine che si parano il culo a vicenda, l’unico realmente arrabbiato in tutta questa maxi-farsa a strisce bianche e nere sia proprio il giovane presidente Andrea Agnelli, che purtroppo però può fare poco senza i finanziamenti del fratello John; un Elkann, da sempre più imprenditore che tifoso.

Il problema non va però cercato nella somma degli investimenti, davvero ingente dal 2006 ad oggi, quanto piuttosto nel valore calcistico dato a quei milioni “bruciati” dall’incompetenza di chi andava-e va tuttora-ad attingere senza criterio dalle casse bianconere.

Sempre a questo proposito, per andare in controtendenza rispetto al nitido seppuku portato avanti dal movimento calcistico italiano negli ultimi tempi, è bene fare due numeri per gli amanti della statistica: Lionel Messi è alto 1.69, e gli altri due giocatori che hanno completato il podio dell’ultimo Pallone d’Oro sono Iniesta (1.70) e Xavi (1.70).

Due su tre sono anche campioni del mondo in carica con la nazionale spagnola, assoluta trionfatrice degli ultimi campionati mondiali di calcio.

Basterà questo a far capire a chi si autoproclama grande intenditore di calcio che per giocare al “gioco più bello del mondo”, come suggerisce il suo stesso nome, i piedi sono più utili dei centimetri?

Si spera di sì, dal momento che persino i tifosi più cauti ed ottimisti ci sono arrivati già da tempo.
E gli altri Paesi, anche.

(Andrea Rossetti)

Inter, che disastro: il centrocampo non filtra, la difesa va in bambola, ed Eto’o è ancora allergico al goal. Intanto il coefficiente UEFA prende il largo…

Per il sito online della Gazzetta è una “Notte da incubo”, “Senza Difesa” nella prima pagina della versione cartacea.
Per SkySport 24 si tratta di un “Disastro a S.Siro”, mentre Tuttosport (quotidiano di dichiarata fede juventina) ha addirittura coniato un beffardo neologismo in onore della disfatta interista: il titolo in prima pagina “Aschalkati” (leggasi “asfaltati dallo Schalke) non lascia alibi ad una delle notti più nere-sportivamente parlando-per l’Inter.

Al termine del match casalingo giocato contro i tedeschi dello Schalke 04 i tifosi, nonostante gli applausi a fine gara, hanno sfogato tutta la loro rabbia davanti alle telecamere appostate fuori dallo stadio.

Rabbia non solo per la sconfitta, ma per com’è arrivata, per l’atteggiamento in campo dei nerazzurri.

Una frustrazione comprensibile, dal momento che lo Schalke attualmente occupa solo la 10° posizione in Bundesliga (su 18 squadre nel torneo).

Se a questo aggiungiamo il fatto che la Germania ha oramai superato l’Italia anche nel coefficiente UEFA, il coefficiente cioè che determina il numero di squadre chiamate a disputare le competizioni europee, aver fallito lo “scontro diretto” per la rincorsa al quarto posto di Champions League assume toni drammatici per tutto il movimento calcistico italiano.

“Non è finita finché non è finita” ammoniva Lawrence “Yogi” Berra, una delle più grandi leggende del baseball statunitense.

Eppure, visto l’atteggiamento della squadra nel secondo tempo, è davvero difficile guardare alla partita di ritorno con spirito positivo.

Nella prima frazione di gioco la squadra di Leonardo non aveva giocato male, tutt’altro: era riuscita a trovare subito la via del goal dopo soli 26 secondi, grazie ad una meravigliosa volé di Stankovic da centrocampo, dopo un’uscita di testa da parte di Neuer che, per anticipare Milito lanciato a rete, ha lasciato sguarnita la porta.

Una rete fantastica per tecnica di tiro, coordinazione e doti balistiche, che ha regalato gli interisti di la speranza di una partita in discesa.

Illusione presto sfatata al 17′ quando Papadopoulos, lasciato incredibilmente libero sul secondo palo (errore di Stankovic nelle marcature, il serbo sarà sostituito per problemi fisici), costringe Julio Cesar agli straordinari.

La palla finisce dalle parti di Matip, che può mettere dentro il più comodo dei tap-in per il pareggio.

L’Inter però ha in mano il pallino del gioco, macina calcio e ne raccoglie i frutti al 34′, quando Sneijder alza la testa e sventaglia un pallone perfetto per la testa di Cambiasso: torre verso il centro, ed altro colpo di testa-stavolta verso la porta-da parte di Milito, che torna al goal in Champions League dopo la finale di Madrid.

Prima dell’intervallo c’è tempo anche per il pareggio degli ospiti, che arriva su un rapidissimo contropiede finalizzato da Edu: il primo tiro viene deviato, Julio Cesar-già in volo-con un gran copo di reni riesce a togliere il pallone dallo specchio.

Un mezzo miracolo, ma non basta: la fortuna non è dalla parte dei nerazzurri, e si vede. Perché sulla smanacciata del portierone verdeoro, il pallone torna docile sui piedi di Edu che, in corsa, mette dentro il 2-2 a porta sguarnita.

Un incubo per l’Inter, che non riesce a concretizzare numerose buone iniziative, ma lascia anche troppo spazio alle ripartenze dei tedeschi: il centrocampo nerazzurro è cedevole come una panetta di burro sotto il coltello caldo rappresentato dallo Schalke.

Otto tiri in porta concessi alla squadra di Ragnick. Troppi, per chi detiene il titolo di campione d’Italia, d’Europa e del Mondo.

Nel secondo tempo, le parti appaiono invertite: i giocatori dello Schalke 04 sembrano gli artefici del famoso Triplete, mentre quelli dell’Inter vestono i panni di una squadra di Bundesliga che galleggia a metà classifica, cercando di creare gioco senza pungere né tantomeno riuscire a difendersi. Kharja non è Stankovic, e le sue doti da interditore non sono certo eccelse, mentre Cambiasso è più facile da trovare nella metà campo avversaria che nella propria.

Al 46′ Milito spreca un’ottima occasione per tornare in vantaggio, sfiorando il palo sinistro a tu-per-tu con Neuer.

Due minuti più tardi è Eto’o a provarci, con gli stessi risultati: splendida la serpentina fra tre avversari per prepararsi al tiro, ma troppo centrale il sinistro a giro per poter impensierire l’estremo difensore dello Schalke.

Ma se da una parte l’Inter “ci prova”, dall’altra lo Schalke “ci riesce”, anche grazie ad un centrocampo fantasma e ad una difesa in totale blackout: in tre minuti d’inferno i goals di Raul (che supera così Inzaghi nella classifica dei marcatori Europei) al 53′ e l’autogoal di Ranocchia al 56′ sono un maglio che gambizza letteralmente gli uomini di Leonardo.

L’espulsione di Chivu (la seconda consecutiva, una doppia ammonizione maturata ancora a causa di un fallo inutile, frutto del nervosismo più che di un errore tattico) ed il 2-5 firmato ancora da Edu suonano come un verdetto a cui sarà difficile sottrarsi settimana prossima.

Per passare il turno, servirà vincere con 4 goals di scarto: un’impresa titanica, che rasenta l’impossibile.

Attonito ed impietrito Bergomi: “Anche pensando alle altre Inter del passato, sconfitte così pesanti in casa non ne ricordo”, mentre Leonardo (presentatosi quasi completamente senza voce nel corso dell’intervista) appare sconfortato e deluso, ma non pensa in negativo: “Poco realistico pensare ad una rimonta così importante, ma ci può stare un po’ tutto. […] Abbiamo gioito insieme poco tempo fa, adesso dobbiamo affrontare questo momento difficile insieme. Sembra una cosa banale, ma è quello. E credo che la squadra deve reagire”.

Fa quasi tenerezza l’allenatore dell’Inter, apparso in balia degli eventi, a sgolarsi inutilmente verso una squadra senza più fiato né carattere.

Rispetto alla partita contro il Milan ha riproposto Stankovic in mezzo al campo (emblematico il suo infortunio alla luce di quanto accaduto successivamente, episodio che lascia l’amara sensazione del “doveva andare così”), e forse Leonardo non è il principale artefice della disfatta (nonostante un paio di scelte abbastanza discutibili).

Sebbene come ha detto lui stesso, e non a torto, si vince e si perde insieme.

Probabilmente, l’ipotesi di un clamoroso esonero sarebbe ingenerosa nei confronti di un allenatore osannato come taumaturgo della squadra fino ad una settimana fa, e non farebbe neanche il bene dell’Inter in un momento così delicato della stagione.

Ma i cori dei tifosi fuori dallo stadio, inneggianti allo Special One del Triplete (che nel frattempo ha archiviato la pratica-Spurs, giustizieri dei “cugini” rossoneri nello scorso turno, grazie ad un perentorio 4-0 ad opera dei suoi Galacticos), dicono più di quanto qualsiasi giornale possa scrivere.

(Andrea Rossetti)

La rivincita di Rossi e Giovinco: nell’Italia che ha espugnato Kiev, le due stelle sono gli “scarti” del nostro campionato

Con una buona prestazione a Kiev, laddove si terrà la finale dei prossimi Europei, gli azzurri di Prandelli si impongono per 2-0 sull’Ucraina di Kalytvyntsev grazie ai goals di Rossi e Matri.

Viene così tamponata la striscia di risultati deludenti consecutivi in amichevole, dal momento che l’Italia nelle amichevoli disputate in precedenza aveva alle spalle una striscia di 10 partite senza vittorie.

E, soprattutto, sono arrivati molti segnali confortanti da giocatori che potranno essere molto più che buone alternative per quel progetto ancora in cantiere che è la nazionale futura.

Due su tutti, in particolare.

Innanzitutto, il goal di Rossi. Uno che veniva centellinato con Lippi per quanto riguarda l’impiego in nazionale, ma che nella panoramica complessiva è l’oggetto del desiderio di molti clubs europei, tra i quali figurano Tottenham e Barcellona.

Nato nel New Jersey, arrivato al Manchester United a soli 17 anni, Rossi si è sempre distinto per rapidità, tecnica e velocità di esecuzione.

La sua consacrazione arrivò a soli 19 anni, il 17 Gennaio 2004, quando approdò in prestito al Parma con gli emiliani pesantemente invischiati nella lotta per non retrocedere.

Rossi, lanciato subito titolare da Ranieri, mise a segno 9 goals fondamentali per la salvezza della squadra a fine campionato. Tra i quali si ricorda, per bellezza ed utilità, la serpentina che valse l’1-0 ed i tre punti al suo esordio nel Parma contro il Torino, permettendo alla squadra di tornare alla vittoria dopo 10 partite.

Uno score impressionante, che gli permise di eguagliare Roberto Mancini nella speciale classifica degli esordienti under 20 della Serie A italiana.

Con il pesante malus di aver giocato solo metà campionato.

Numeri da predestinato, ma che non furono sufficienti alle società italiane per convincersi a puntare su di lui. Nel 2007 venne infatti ceduto al Villareal per soli 11 milioni di euro, stabilendo-con il suo esordio condito dal goal nella Liga-un nuovo record: è infatti l’unico giocatore ad aver mai giocato nei tre massimi campionati europei (Premier League inglese, Serie A italiana e Liga spagnola) segnando all’esordio in tutte e tre le occasioni.

Non ha brillato in realtà contro l’Ucraina, segnando un goal di rapina in “stile Inzaghi”, ma anche questo può essere un segnale positivo: riuscire a timbrare il cartellino anche senza regalare una prestazione memorabile è un pregio che non hanno in molti, tantomeno lui che più che un finalizzatore è una seconda punta, e può essere segno di una maturità ormai raggiunta a pieno titolo.

Nella stagione corrente, all’età di 24 anni compiuti nemmeno due mesi fa, Rossi è infatti diventato il miglior marcatore della storia del Villareal segnando il 59° goal nella sfida contro il Mallorca, ed il 25 Gennaio 2011 ha firmato il prolungamento del suo contratto con il “Sottomarino Giallo” che ha introdotto una nuova clausola rescissoria di 50 milioni di euro.

Si staranno mangiando le mani adesso le società italiane che lo vorrebbero in rosa, Inter e Juventus su tutte: la buona notizia è che nel calcio non sempre “ogni lasciata è persa”, ma il mercato offre spesso la possibilità di riparare agli errori.

La brutta notizia è invece la palese incapacità delle nostre società di riconoscergli doti già notevoli quand’era poco più di un ragazzino, rifiutandosi di scommettere 11 milioni su uno dei talenti italiani più cristallini degli ultimi anni, salvo poi tentare di racimolarne una cinquantina per riportarlo a casa una volta esploso. Contenti loro…

Sono proprio operazioni di mercato di questo genere, prive di coraggio e di iniziativa, che hanno danneggiato la nostra Serie A.

Rendendo il nostro campionato, dal più appetibile al mondo, a compagine di seconda categoria nel panorama europeo.

L’altro segnale confortante porta il nome di Sebastian Giovinco, altro massimo esponente dei “piccoletti terribili” della nazionale Under-21 di qualche anno fa.

Un giocatore che è passato, nel giro di pochissimo tempo, da “erede designato di Del Piero” a scarto della Juventus.

E se la società juventina si rifiuta tutt’ora di riconoscerne il valore, lavorando per sbolognarlo al miglior offerente (salvo poi acquistare giocatori come Martinez, stesso ruolo, molta meno classe e 12 milioni buttati per l’alternativa meno talentuosa di un tipo di giocatore che si aveva già in casa), ci pensa Prandelli a restituirgli ciò che merita, lanciandolo nella mischia nel secondo tempo.

La “Formica Atomica” dimostra subito una gran voglia di fare, anche se non sempre le sue idee vengono accompagnate dai movimenti dei compagni, ma non si perde d’animo e continua a tentare di dar sfoggio della sua enorme fantasia.

Si vede a chilometri di lontananza che Giovinco avverte la pressione dell’occasione della vita: fare bene in questa partita potrebbe significare entrare a tutti gli effetti nel giro della nazionale, con la possibilità futura di giocarsi un posto da titolare nell’Italia di Prandelli, e dare un ulteriore schiaffo morale a tutti coloro che finora, per colpa di una statura non certo da corazziere, non hanno voluto credere in lui.

E così, dopo qualche tentativo non andato a buon fine e qualche giocata di pregevole fattura, arriva il colpo del fuoriclasse che manda in goal Matri all’81: scatta sul filo del fuorigioco (da rivedere), resiste al ritorno del difensore nonostante il fisico minuto, e confeziona un geniale passaggio di tacco no-look per l’attaccante che, arrivato sul pallone, fa 2-0 con una rasoiata di prima intenzione che colpisce il palo prima di finire in rete.

L’assist per Matri, roba di gran classe, corolla una buona prestazione complessiva, un po’ confusionaria ma decisamente convincente.

Meritano una citazione particolare anche Nocerino (tantissima corsa e buoni tempi d’inserimento, non è un campione assoluto, ma forse la Juve si è sbarazzata anche di lui un po’ troppo presto) e Parolo, interessante outsider classe ’85 al suo esordio assoluto con la nazionale grazie alle prestazioni convincenti offerte con il Cesena.

Insomma, considerando la formazione sperimentale messa in campo, la trasferta di Kiev si può archiviare con un bilancio in positivo che va al di là del semplice risultato.
Starà a Prandelli ora raccogliere quanto di buono sta seminando, per compiere la missione di portare agli Europei 2012 un’Italia che possa tornare ad affermarsi finalmente tra le grandi del Vecchio Continente, dopo un purgatorio (complice la mancata valorizzazione dei giovani talenti da parte dei club più che la penuria di qualità, visti gli ottimi risultati del vivaio Under 21 negli ultimi anni) durato anche troppo a lungo.

(Andrea Rossetti)

Dalla poetica di Ungaretti alle magie di Del Piero: contro il Brescia è un’altra opera d’arte del Pinturicchio a regalare alla Juve la vittoria

M’illumino d’immenso.

Basterebbe il frutto dell’ispirazione che animò Ungharetti nello stilare la sua poesia più breve per descrivere, nella sua meravigliosa sintesi, il lampo di classe con cui Del Piero ha regalato la vittoria alla Juventus.

Una partita ruvida che ha offerto tanta corsa, qualche tatticismo di troppo e poca, pochissima qualità agli spettatori.

Insomma, la solita partitaccia da “Juventus provinciale”: una squadra con poche idee e poco gioco.

Il Brescia dal canto suo non ha fatto fatica a prendere le misure di una squadra del genere, dal momento che per fermare le doti fisiche è sufficiente metterne in campo altrettante.

Solo la classe o gli episodi fortuiti, in questi casi, danno la possibilità di scardinare una difesa ben organizzata.

Ed il primo goal di Krasic è un po’ un misto di entrambe: su una situazione confusa in area del Brescia, Matri alza un campanile sul quale il serbo si avventa con prepotenza, scaraventando in rete un gran tiro al volo di prima intenzione sul quale Arcari non può nulla.

E’ il 23′, e la Juventus passa a condurre la gara con uno dei suoi giocatori più attesi.

Un vantaggio che non dura neanche 20 minuti, dal momento che al 42′ Buffon s’inventa un’uscita scriteriata su un innocuo cross di Vass, lasciando la porta completamente sguarnita.

Eder ringrazia ed anticipa il portiere della Juve, depositando in rete il pallone dell’1-1 con un comodo colpo di testa.

Ottimo lo spunto dell’attaccante brasiliano, vera e propria spina nel fianco della squadra di Del Neri per tutta la partita, ma da evidenziare l’errore di Buffon che non era apparso sicuro nelle uscite nemmeno nelle occasioni precedenti.

E così la gara veleggia verso un 1-1 che riflette bene quanto accade sul terreno di gioco, con una Juventus che attacca senza ordine nel tentativo di riprendersi 3 punti, mentre la formazione di Iachini regge senza troppi sforzi gli assalti avversari.

Almeno fino al 68′, quando Del Piero riceve palla all’altezza del cerchio di centrocampo, e parte in una percussione centrale irresistibile: fa fuori Mareco con un dribbling secco, e tra quattro avversari dal limite dell’area s’inventa una fantastica parabola di sinistro che fulmina Arcari sul primo palo.

http://www.youtube.com/watch?v=tjiEqTnwmmU

E così Alex chiarisce una volta per tutte, anche ai più “Delneriani” come filosofia di pensiero, cosa manca a questa Juventus: giocatori capaci di sbloccare le partite difficili, di inventare la giocata mettendo in fila dietro di sé tattiche, agonismo, doti atletiche e quant’altro.

Insomma, il talento.

Non è un caso infatti se la Juve ha perso la maggior parte dei punti contro “le piccole”, mancando appunto di uomini in grado, quando serve, di vincere la partita con un’invenzione da solisti.

La perla regalata da Del Piero arriva quasi come fosse una risposta all’acquisto sfumato di Piazon in settimana, quando Marotta ritenne “non etico” stipendiare un potenziale nuovo fenomeno con un milione di euro a stagione, permettendo il blitz del Chelsea che si è così aggiudicato uno dei maggiori talenti del panorama sudamericano per soli 400.000 euro all’anno in più rispetto ai 600.000 offerti dalla Juve.

Un affare che gente come Moggi o Galliani non si sarebbe mai lasciata sfuggire, per intenderci.

D’altronde il dirigente sportivo bianconero ha una visione tutta sua, e molto discutibile, dell’etica professionale.

Se da una parte si è rifiutato di pagare un milione di euro ad un potenziale campione, infatti, dall’altra ne ha concessi esattamente il doppio ad un giocatore come Toni; non certo un acquisto in prospettiva visto che a Maggio per l’attaccante modenese scoccheranno i 34, e anche la differenza qualitativa tra l’uno e l’altro è enorme.

Operazioni di mercato senza alcun senso logico, che hanno prodotto come risultato il mettere sul primo gradino del podio per quanto riguarda i migliori attaccanti a disposizione della Juve un 36enne, sia pure un campione raro come Del Piero.

D’altronde è l’unico fenomeno, per quanto attempato, che rimane a disposizione della Vecchia Signora lì davanti, e non è certo un caso che sia uno degli ultimi residui della corazzata costruita dalla famigerata Triade.

E allora si potrà capire perché, in mezzo a tutta questa mediocrità sia nelle ambizioni dirigenziali sia sul terreno di gioco, mentre Del Neri continua a mentire spudoratamente a sé stesso ed ai tifosi parlando di una lotta scudetto sfumata a causa degli infortuni, l’invenzione del capitano bianconero richiami alla mente la composizione del rimpianto poeta.

Tanto fulminea quanto soave, ed intrinsecamente ricca di molti significati che vanno al di là del semplice gesto. Sia questo la stesura di un verso, o il controllo di un pallone.

Tempo fa, Sgarbi disse di non ritenere uno scandalo il fatto che gli sportivi guadagnassero cifre a sei zeri, dal momento che ispiravano le stesse infuocate emozioni di un quadro o una scultura, o una poesia.

Ritenendoli per tali ragioni degli “artisti moderni” a tutti gli effetti.

Tanto che persino l’Avvocato concesse ad Alex l’epiteto di “Pinturicchio”, pseudonimo di un grande pittore perugino vissuto a cavallo tra il 1400 ed il 1500, per sottolineare la bellezza delle sue giocate.

Definizioni non sbagliate nella logica del discorso, che permettono l’accostamento di Del Piero ad Ungaretti, di un maestro del pallone ad un maestro della penna.

Così oggi Alex ha illuminato d’immenso i cuori di tutti gli amanti del calcio con uno spunto da vero fuoriclasse, regalando alla sua squadra una vittoria fondamentale almeno per la rincorsa all’Europa League.

Con la speranza che un gesto del genere, vista la pochezza di ciò che circonda il capitano bianconero, non sia destinato a diventare il definitivo canto del cigno di un passato sempre più distante per la Vecchia Signora.

Ma che oggi, anche se solo per un attimo, è tornato presente.

Ricordando a tutti quali sono i giocatori degni di essere definiti “da Juve”.

E ribadendo, come se ce ne fosse bisogno, due concetti che, viste le numerose dimostrazioni offerte dal calcio moderno, sono molto più che semplici assiomi.

Innanzitutto che la classe non è acqua: o si ha il merito di riconoscerla prematuramente, assicurandosi con tempestività i giovani gioielli da sgrezzare, o bisogna pagarla per quel che vale una volta che è stata resa chiara a tutti.

Ed in secondo luogo che le Bandiere, quelle vere, quelle con la B maiuscola, continuano a sventolare sempre in una sola direzione.

Anche quando il vento è contrario. Rimanendo in piedi ad onorare l’emblema cucito loro addosso anche quando l’asta è logora, e tutto intorno infuria la tempesta.

(Andrea Rossetti)

Otre 12mila partecipanti hanno corso la Maratona di Roma

Questa mattina oltre dodicimila maratoneti hanno percorso le strade della Capitale per la Maratona di Roma. Sono partiti dai fori imperiali dove era presente il sindaco Gianni Alemanno e Hiroyasu Ando, ambasciatore del Giappone in Italia, sventolando le due bandiere nazionali italiana e giapponese.Un momento di commozione e un segno di solidarietà per la popolazione nipponica colpita dal sisma e dall’incubo radiazioni.

Dopo giorni di pioggia, nonostante il vento, gli atleti hanno avuto una splendida giornata che ha favorito sia l’afflusso dei partecipanti che degli spettatori.

Una grande festa per la città anche se non sono mancati i disagi agli automobilisti capitolini a causa della chiusura delle strade per il passaggio della corsa che è costata anche numerose deviazioni e limitazioni per il trasporto pubblico.
Alla fine il record alla Maratona di Roma è arrivato. Con 12.596 atleti che hanno tagliato il traguardo della corsa, di cui 10.440 uomini e 2.156 donne è stato abbattuto di 701 maratoneti il record precedente che risaliva all’edizione del 2007 con 11.895 atleti arrivati.Un incremento di ben 1.573 atleti in più rispetto allo scorso anno e se poi a questi dati si aggiungono anche i 46 diversamente abili che hanno tagliato il traguardo, il totale è di 12.642 che conferma la Maratona di Roma evento sportivo italiano più partecipato di tutti i tempi.

Il vincitore della Maratona è il 24enne keniota  Dickson Chumba Kiptolo con il tempo di 2h08’45”.
Dopo un avvio veloce (30’20” al 10° km, 1h04’10” alla distanza della mezza maratona), il ritmo ha subito un brusco calo intorno al trentesimo chilometro (1h31’58”), quando le “lepri” hanno smesso di fare l’andatura. Poco dopo però, km al 32, Chumba è partito all’attacco correndo gli ultimi 10,195 km con un ottimo 30’11”, ad una media di 2’57”.
Dickson, allenato dall’italiano Claudio Berardelli a Kapsabet, ha iniziato a correre nel 2008 alternando il lavoro da giardiniere a pochi euro agli allenamenti, tant’è che i suoi compagni lo avevano soprannominato “il giardiniere”.
E’ andata male al 27enne etiope Siraj Gena Amda, che non è riuscito a bissare il successo dello scorso anno quando si impose tagliando il traguardo del Colosseo a piedi scalzi, onorando così il cinquantenario della vittoria olimpica di Abebe Bikila.
A ricordare Bikila, vincitore della maratona alle Olimpiadi di Roma 1960, ci ha pensato la ventisettenne etiope Firehiwot Dado Tufa, togliendosi le scarpe a duecento metri dall’arrivo (l’anno scorso vinse il volata e non ebbe il tempo di togliersele) e tagliando il traguardo di via dei Fori Imperiali a piedi nudi, infilando così la sua terza vittoria alla Maratona di Roma con il tempo di 2h24’13”. La nostra Rosaria Console ha chiuso con un bel quinto posto in 2h29’15”, nonostante un leggero infortunio alla vigilia.
All’ex pilota di F1 Alex Zanardi non è riuscita l’impresa di mantenere il titolo conquistato lo scorso anno in handbike (e detentore del record del percorso) poiché è stato costretto a fare il meccanico a causa di problemi alla doppia catena, chiudendo al quarto posto e lasciando la vittoria a Giovanni Achenza in 1h19’01”.
Infine la stracittadina di 4km con circa 100.000 podisti alla partenza, è stata vinta da Massimiliano Strappato ed Elisa Cesari, studenti 19enni della provincia di Ancona. Entrambi alla seconda partecipazione, indossano la maglia dell’Esercito Sport&Giovani.
E c’è stata grande emozione è quando dopo 50′ di gara è arrivata sulla linea del traguardo Monique Van Der Vorst, la 26enne olandese già prima due volte a Roma in handbike che dopo 13 anni su una sedia a rotelle e un vero e proprio miracolo è tornata a Roma per correre sulle proprie gambe e ce l’ha fatta.

All’arrivo anche la presidente della Regione Lazio, Renata Polverini, che ha indossato il pettorale 378 (il numero dei Comuni del Lazio) che ha corso la RomaFun insieme agli assessori della sua giunta, Giuseppe Cangemi e Fabiana Santini.

Fabio Chiarini

Vecchia Signora, ma come ti hanno ridotta? Moggi: “Ormai è una provinciale”. Lacrime e fiele per un “passato in bianco e nero”

Troppo brutta per essere vera.

Questo devono aver pensato i tifosi della Juve, dopo la sconfitta ad opera del Bologna di Di Vaio e Malesani, che condanna definitivamente la squadra di Delneri alla lotta per l’Europa League.

Una squadra che ha mostrato una carenza di qualità imbarazzante, in ogni reparto.

E la cosa peggiore è che ha dato l’impressione di provarci sul serio, questa volta.

Nonostante ciò, l’unica emozione che traspare dalla prestazione della Juventus è un’ineluttabile sensazione di impotenza.

Non sono solo gli spalti a fischiare la squadra, anche le due curve hanno ormai perso la pazienza.

Persino i fedelissimi non ce la fanno più a sopportare una situazione del genere, e allora ecco i cori per Luciano Moggi, l’unico (insieme a Galliani) fuoriclasse del mercato in Italia.

E proprio Moggi, nel corso della trasmissione “Ieri, Moggi e domani” condotta da Pippo Franco su GOLD TV e TELECOLOR, ha fatto inevitabilmente il punto sulla stagione e sul mercato della squadra bianconera:

“L’avevo detto in estate: invece di ricostruire chi è arrivato ha finito per distruggere del tutto la Juve. Non serviva una rivoluzione, ma solo 2-3 nuovi innesti di valore. La squadra è stata invece assemblata malissimo, senza ne personalità ne qualità rovinando anche il precedente gruppo. I colpevoli? Chi ha permesso a Marotta di comprare 15 giocatori? Fosse per me li rivenderei tutti, salvando il solo Krasic. Hanno reso la Juve una provinciale capace di vincere contro le grandi quando gli stimoli la fanno da padrone, per poi poter perdere però contro chiunque in malo modo, per la mancanza di classe. Mi dispiace ma i tifosi si mettano l’anima in pace: questa squadra può arrivare al massimo quinta o sesta. Quello è il reale valore della rosa”

Basta poco per fare chiarezza su questo punto, con un rapido raffronto tra la Juve pre-calciopoli e l’odierna armata Brancaleone al comando di Gigi Delneri.

E ciò che appare è, a dir poco, scoraggiante:

-Al posto del puma Emerson, preso per 14 milioni più Brighi (sbolognando un calciatore assolutamente non da Juve ed ammortizzando i costi in un colpo solo) oggi in mezzo al campo c’è il Felipe Melo dei disastri, per il quale sono stati spesi 25 milioni cash.

-Invece dell’inarrestabile Thuram, comprato per 70 miliardi di vecchie lire, poco più di 35 milioni di euro, ora sull’out di destra della difesa galeggiano i fantasmi di Grygera e Motta.

Anche solo pensare di poter fare un confronto, è un’offesa al povero Lilian.

-A sinistra galoppava Zambrotta, comprato come ventiduenne ala di belle speranze, e diventato il miglior terzino sinistro d’Italia, e forse anche d’Europa.

In questo momento, il ballottaggio sulla fascia sinistra è tra Grosso e De Ceglie. In due non fanno una sua gamba.

-Quando la Juve vendette Zidane, comprò Nedved per imperversare sulla fascia sinistra: il professionista perfetto, colui che correva senza calare d’intensità per 90′ quasi non avvertisse la fatica, e cecchinava ogni portiere con cannonate da trenta metri (di destro o di sinistro, non faceva differenza) che gli valsero il pallone d’oro nel 2003 e l’ingresso nella leggenda bianconera.

Sulla fascia che fu della Furia Ceca oggi corre Pepe: l’unica cosa che li rende simili sono i polmoni.

Per tutto il resto, la differenza è come quella tra una notte con Miss Mondo ed il “fai da te”.

-Zlatan Ibrahimovic arrivò in Italia per 19 milioni di euro dall’Ajax: 23 anni ed un talento già in procinto di esplodere per la sua definitiva consacrazione internazionale, che lo porterà a vincere tutti gli scudetti in qualsiasi squadra abbia giocato fino ad oggi.

Ora il suo posto è occupato da Matri (dopo l’infortunio di Quagliarella, arrivato per 4,5+10,5 milioni, più surrogato che simile di Zlatan), pagato 18 milioni che ne farà 27 in questa stagione.

Di anni, non di goals: per quelli il suo record in campionato è di 13 (proprio come Quagliarella), contro i 25 di Ibra.

Per non parlare delle giocate…

Last but not least, l’orgoglioso coro che si levava dalla curva “Quando gioca segna sempre Trezeguet” è un ricordo lontano, evanescente. Rimembranza che diventa fiele per chiunque ne capisca di calcio quando, al suo posto, si guarda Toni scendere in campo. Le rovine di un buon giocatore sul viale del tramonto, come fu l’acquisto di Vieri per il Milan.

Per Trezegoal lo score è di 138 firme in 245 presenze nella Juventus, più di un goal ogni due partite.

Se capitava che ne mancasse una, era quasi matematico che avrebbe segnato in quella seguente; quando oggi Toni segna un goal, ci si interroga se sarà in grado di ripetersi anche nel prossimo match. Una differenza inquantificabile.

Messi insieme, la differenza di interpreti si può calcolare attorno ai 30 punti a stagione. Soprattutto alla luce di un campionato come questo.

Nel frattempo, se da una parte Agnelli vorrebbe almeno provare a ricreare una squadra che meriti le due stelle al petto, dall’altra Elkann si dimostra un imprenditore inflessibile: 150 i milioni chiesti da Andrea per la prossima campagna acquisti, 50 quelli che John è disposto a sganciare per operare sul mercato nella prossima estate.

Un’ulteriore mazzata per i tifosi, umiliati nell’animo da una realtà dura quanto l’adamantio di Wolverine, per fare un parallelo tra l’impronosticabile (una Juve del genere) e l’immaginario: questa squadra è probabilmente la peggior Juventus della storia come gruppo di giocatori, e forse non basterebbero 150 milioni per farla tornare grande, figuriamoci 50.

Se si dovesse continuare con questa politica di basso profilo, per John Elkann, dimostratosi finora indegno epigono dell’Avvocato, la possibilità di vendere la società sarebbe il male minore che potrebbe farle.

Per il suo blasone, per la sua storia e, soprattutto, per i suoi tifosi.

(Andrea Rossetti)