Daphne Du Maurier, Il piacere di scrivere

Esiste una connessione tra il leggere e lo scrivere.

Ambedue sono sorretti da “visioni”, “attesa”, “gusto”. Per rendere un libro reale, e quindi una storia reale, non è indispensabile solo l’intreccio. Sono i cinque sensi.

Vi è mai capitato di vedere una situazione buffa o strana? Sapreste riconoscere una ciliegia da una amarena e una amarena da una visciola? Che aspetto ha, che cosa provate quando entrate a contatto con la natura come camminare a piedi nudi sull’erba, toccare del muschio?

Una buona lettura è essenziale. E un libro è buono se la scrittura è buona.

Il “Maestro del brivido” – Alfred Hitchcock, per intenderci – deve la sua fama non solo al suo genio e alla sua creatività ma ad una serie di racconti a cui si è ispirato per i suoi film e che prendono spunto dai romanzi della Du Maurier.

Daphne Du Maurier, autrice britannica, nasce nel 1907 da genitori che hanno speso la propria carriera nel teatro. È curioso leggere le sue storie e scoprire che non c’è nulla di architettato, nulla di costruito, nulla di falso. Sarà che tra cinema e teatro ne passa di differenza. Oggi siamo subissati da fiction, soap, reality, dove di realtà c’è n’è poca.

In un teatro, negli scritti della Du Maurier, la verità è ciò che traspare più di ogni altra cosa. Da sempre considerata un’autrice romantica la sua maestria consiste nel creare storie di suspence, di analisi psicologica dei personaggi, di mistero, quasi ad avere la parvenza di storie incomplete con finali lasciati in sospeso. Il suo romanzo più famoso, Rebecca, la prima moglie fu scritto nel 1939 quando la scrittrice seguì il marito, maggiore dell’esercito, in Alessandria d’Egitto.

Portato sulle scene da Hitchcock, e con protagonisti Laurence Oliver e Joan Fontaine nei panni di Maximilian De Winter e la sua seconda moglie, e ripreso e revisionato due anni fa dalla RAI con protagonisti Cristiana Capotondi e Alessio Boni, il romanzo narra della storia di una coppia i quali non riescono a vivere e a trascorrere con serenità il loro matrimonio in quanto su di loro incombe la presenza oscura della defunta moglie di lui, Rebecca.

Ciò che anima i racconti di questa autrice è la realtà, il mondo che ci circonda e la vita che viviamo tutti i giorni. Non è necessario inventare storie stravaganti per colpire e catturare l’attenzione del lettore, è inutile e faticoso andare alla ricerca  di qualcosa che faccia scalpore, che ecciti, che fa successo.

Sono le cose semplici a fare la vita. Il trasfigurato, la televisione, il gossip proiettano quello che è il marcio, la melma nel fondo e i cattivi esempi da seguire. Come i cattivi libri.

A volte c’è bisogno di un occhio di riguardo per i buoni scrittori, per quelli dimenticati, per quelli messi da parte. Per quelli non conosciuti ma buoni.

Non la Du Maurier. non i suoi Gli uccelli, La taverna della Giamaica e altri suoi racconti.

(Carla Iannacone)

Italia, allarme sociale nel Mezzogiorno: crolla l’occupazione, una persona su tre a rischio povertà

Una  famiglia meridionale su cinque non ha i soldi per andare dal medico e una su cinque non si può permettere di pagare il riscaldamento. Se continuassimo in questa stima verrebbe solo da piangere, ma a noi, non certo a Umberto Bossi & company, cresciuti nella ricchezza che arrivava dal sud, per poi sputare contro quel sud che li ha fatti mangiare, ha permesso loro di costuire le fabbriche e le aziende. Ma questo è un discorso trioppo lungo per potero esaurire in un pezzo da stampa. Certo è che il rapporto della Svimez fotografa una situazione drammatica di cui nessuno si interessa, a nessuno fa piacere mettere mano o legiferare cercando di arginare quella che è la sicura deriva del Meridione d’Italia nei prossimi anni, allorquando ad un Settentrione sempre più opulento e ricco del proprio tanto agognato federalismo fiscale, risponderà un semnopre più povero e degradato Meridione che dal Federalismo si vedrà solo derubato dell’essenziale per sopravvivere. D’altra parte il quadro composto dalla Svimez è chiaro:

…nel 2008 nel 30% delle famiglie al Sud sono mancati i soldi per i vestiti e nel 16,7% dei casi si sono pagate in ritardo le bollette. Otto famiglie su 100 hanno rinunciato ad alimentari necessari, il 21% non ha avuto soldi per il riscaldamento (27,5% in Sicilia) e il 20% per andare dal medico (in Sicilia e Campania circa il 25%). Quasi un meridionale su tre è a rischio povertà assoluta a causa di un reddito troppo basso, contro 1 su 10 al Centro-Nord.

Una situazione incredibile se si pensa che sono passati oltre un secolo migrazioni dei contadini e dei poveri infdiegnti del sud Italia verso le Americhe. Il verdetto della Svimez è drammatico:

in valori assoluti al Sud, si tratta di 6 milioni 838mila persone, fra cui 889mila lavoratori dipendenti e 760mila pensionati. I dati – gli ultimi disponibili, relativi alla situazione 2007 – emergono dal Rapporto Svimez sull’economia del Mezzogiorno secondo cui ben il 44% delle famiglie meridionali, quasi una famiglia su due, non ha potuto sostenere una spesa imprevista di 750 euro (26% al Centro-Nord). Secondo il rapporto, il 14% delle famiglie meridionali vive con meno di 1.000 euro al mese, un dato quasi tre volte superiore all’altra ripartizione (5,5%). Ed è da considerare che nel 47% delle famiglie meridionali vi è un unico stipendio, fetta che passa addirittura al 54% nel caso della Sicilia. Hanno inoltre a carico tre o più familiari il 12% delle famiglie meridionali, un dato quattro volte superiore al Centro-Nord (3,7%), che arriva al 16,5% in Campania. Ma il rischio povertà, secondo la Svimez, resta anche con due stipendi. Nel 2008, inoltre, è arrivata con difficoltà a fine mese oltre una famiglia su 4 (25,9%), contro il 13,2% del Centro-Nord.

La crisi economica tra  2008 ed il 2009 ha rappresentato la mannaia che ha tagliato drasticamente i conti dell’occupazione.

infatti, l’industria del Mezzogiorno ha perso più di 100mila occupati (-12%). La perdita di occupazione registrata per effetto della crisi economica,  – ha spiegato il direttore della Svimez, Riccardo Padovani – , è di estrema gravità nel comparto industriale italiano. In particolare, la riduzione della manodopera industriale nel Mezzogiorno “sta assumendo dimensioni mai sperimentate”: nel corso del 2009, ha sottolineato Padovani, si sono persi 61mila posti di lavoro dell’industria in senso stretto, -7% a fronte del -3,7% nel centro-nord.

Il rapporto dello Svimez prosegue con analisi lucide relative ai periodi di maggior stress economico e sociale:

La crisi erode ulteriormente la ricchezza al Sud tanto che, colpito duramente dalla recessione, il Pil di quest’area del paese nel 2009 è tornato ai livelli di 10 anni fa. Ma non solo: l’industria, il cui valore aggiunto è crollato del 15,8%, è addirittura “a rischio di estinzione”. E’ la cupa fotografia scattata dal Rapporto Svimez sull’economia del Mezzogiorno 2010, secondo cui serve un nuovo progetto Paese per il Sud, che parta dal rilancio delle infrastrutture, con piano di 38 miliardi di euro. Nel 2009 il Pil del Sud è calato del 4,5%, un valore molto più negativo del -1,5% del 2008, leggermente inferiore al dato del Centro-Nord (-5,2%). Il Pil per abitan-te è pari a 17.317 euro, il 58,8% del Centro-Nord (29.449 euro). Due, si legge, le cause principali dell’andamento recessivo: investimenti che rallentano e famiglie che non consumano. Queste ultime infatti hanno ridotto al Sud la spesa del 2,6% contro l’1,6% del Centro-Nord. Mentre gli investimenti industriali sono crollati del 9,6% nel 2009, dopo la flessione (-3,7%) del 2008.

Si tratta di una situazione senza precedenti, una recessione meridionale che ha piccole dosi sta erodendo tutto ciò che è rimasto di una economia monca che non riesce a decollare anche grazie alla delinquenza organizzata, alla Mafia, la Camorra, la ‘Ndragheta, insomma la malavita organizzata che specula e vive sulkle spoglie di un Sud abbandonato a se stesso dalla Stato, dalla Politica e dalla forza produttiva del Paese. Secondo la Svimez per uscire dall’impasse occorre promuovere una nuova politica industriale specifica per il Sud, con risorse adeguate. E uno degli elementi fondamentali dovrebbe essere costituito dalla fiscalità di vantaggio.

Il tasso di occupazione nella media del 2009 è sceso dal 58,7% a 57,5%: su 380mila posti di lavoro in meno in tutto il Paese, 186mila sono stati al Centro-Nord (-1,1%) e 194mila in meno (-3%) al Sud. E al Sud i lavoratori hanno molte meno tutele: al Nord per ogni persona che perde il lavoro, 2 sono protette, al Sud è l’opposto, solo un lavoratore su 3 ottiene la Cig. Da segnalare poi che in 20 anni quasi 2,4 milioni di persone hanno abbandonato il meridione con 9 emigrati su 10 che si recano al Centro-Nord. Nel solo 2009 114mila persone si sono trasferite dal Sud al Nord, 8mila in meno rispetto al 2008. La crisi, inoltre, ha colpito duro i pendolari, generalmente giovani, laureati e precari. Nel 2009 sono stati 147mila, in calo del 14,8% rispetto al 2008, pari a 26mila in meno.

E’ inutile ricercare responsabilità per dati tanto allarmanti e distruttivi per il Mezzogiorno; la colpa è generalizzata, rientra in un consesso di circostanze storiche ed economiche che hanno garantito, come successo anche negli USA a seguito della guerra civile, ad una parte del paese lo sviluppo, l’industrializzazioni ed il progresso. Ma diversamente dagli USA, dove il gap sociale ed economico del sud del Paese è stato immediatamente risanato dal Nord progressista e sviluppato, In Italia il Settentrione non è sceso in campo per sollevare il Meridione dallo stato di frustrazione totale nel quale si era venuto a trovare prima e dopo le leggi firmate da Giovanni Giolitti. Per questo motivo la cosiddetta “Questione Meridionale“, iniziata con la depredazione del sud da parte dei Piemontesi a seguito dell’Unità d’Italia e la caduta del Regno delle due Sicilie, continua ancora adesso con Pontida e con la voglia di secessione che un uomo venuto dal nulla come Bossi ancora acclama tra le piazze di quel settentrione ricco grazie alla povertà altrui. ROMA LADRONA? No, caro senatore Bossi, non è Roma ad essere ladrona, ma è la Storia d’Italia, quella storia  che voi non avete mai imparato a leggere. (Rosario Lavorgna)